Il mercato nel 2010 e nel 2011
La diffusione negli allevamenti del Cile del virus dell’anemia infettiva (ISA) ha determinato un impatto molto grande sulla produzione di salmone atlantico del paese sudamericano, con un calo evidente sia nel 2009 che nel 2010: in quest’ultimo anno è stato stimato un dimezzamento dei quantitativi rispetto all’anno precedente.
Tra il 2008 e il 2009 la mortalità del salmone atlantico è aumentata del 14% rispetto agli anni precedenti, con rese inferiori ai 2 kg per avannotto. In conseguenza di tale situazione il prezzo ha cominciato a salire notevolmente, con il resto dei maggiori paesi salmonicoli (Norvegia in primis, ma anche Canada, Scozia, Irlanda, Cina) che hanno incrementato la produzione per soddisfare la domanda, in particolare quella degli Stati Uniti, che tradizionalmente venivano riforniti in buona parte dalle esportazioni cilene.
Nel corso del 2011 il problema è stato gradualmente sorpassato, con una forte ristrutturazione delle aziende del settore e un forte recupero della produzione; l’associazione degli industriali del salmone cileni prevedono che entro il 2013 venga pienamente recuperato il livello produttivo pre-crisi del 2007. Gli attuali livelli hanno già raggiunto un massimo storico delle rese (4,5 kg per avannotto), contro i 3,5 kg del periodo d’oro (2000-2006) dell’acquacoltura del paese andino.
Il Giappone rappresenta il principale mercato di sbocco del prodotto cileno, seguito dall’America Latina e dagli Stati Uniti; la crescita economica e il miglioramento dello stile di vita in Brasile stanno dando, infatti, un impulso alle importazioni di salmone dal vicino Cile. Le importazioni complessive di salmone negli Stati Uniti nel 2010 sono state pari a 234.000 tonnellate (–3% sull’anno precedente), per il 75% costituite da salmone atlantico, delle quali 45.000 di origine cilena.
Il Canada ha fornito il 44% del salmone atlantico importato negli USA, principalmente salmone intero fresco, seguito dalla Norvegia con il 20%, prevalentemente filetti congelati e freschi, e dal Cile (esportatore di filetti freschi e, in minor misura, di filetti congelati). I prezzi dei filetti hanno mostrato sul mercato statunitense una crescita costante a partire da novembre 2010 fino a maggio del 2011.
Nell’Unione Europea i prezzi hanno subito un incremento nel 2010, mantenendosi poi stabilmente alti nel primo trimestre del 2011, su quotazioni intorno ai 5 euro/kg (40 NOK al mercato di Oslo); i prezzi sono poi calati fino a livelli di 3 euro/kg (24 NOK al mercato di Oslo) nell’autunno 2011 e le previsioni fanno intravedere un’ulteriore diminuzione del 25-30% nel 2012 e nel 2013.
Sono aumentate le importazioni nell’UE di prodotto congelato dalla Cina, rappresentato in larga parte da salmone del Pacifico. Nell’ottica del contenimento dei costi si è inoltre verificato uno spostamento delle operazioni di affumicatura verso la Polonia e i paesi baltici (Lituania, Lettonia, Estonia). La Norvegia, nel 2010, ha visto incrementare le proprie esportazioni del 10% in volume e del 33% in valore.
Tuttavia, a partire dal primo trimestre del 2011, la ripresa del mercato cileno ha ridotto significativamente le esportazioni verso gli USA (–40% rispetto al primo trimestre del 2010), con una contemporanea diminuzione anche delle spedizioni verso l’UE (–4%) nonostante il +17% in valore; per contro, l’inizio del 2011 ha segnato un aumento di oltre il 70% delle esportazioni di filetti freschi verso il Giappone.

Le prospettive per gli anni futuri
La ripresa della produzione cilena è basata sull’introduzione di rigorose misure sanitarie finalizzate alla prevenzione della diffusione di zoonosi, ma anche su un aumento dell’efficienza del processo: se nel 2006 erano necessarie in media 5 uova per produrre un avannotto, ora ne bastano 1,6. Nel 2013 la biomassa negli allevamenti cileni è attesa intorno alle 900.000 tonnellate, un recupero formidabile se comparato alle 200.000 tonnellate del 2009.
Un problema è peraltro rappresentato dalla densità elevata della salmonicoltura cilena, che sta arrivando a valori che per alcuni esperti costituiscono un limite: l’eccessiva concentrazione in allevamenti molto grandi può divenire fonte di rischio in caso di nuove patologie non controllabili.
Secondo il Norwegian Seafood Export Council, le esportazioni norvegesi stanno evidenziando dei cali significativi, con diminuzioni del 13% nel mese di agosto 2011 rispetto allo stesso mese del 2010. I primi mesi dell’autunno stanno facendo risalire la china in termini di volume, ma il prezzo rimane basso, oscillando per il salmone fresco eviscerato tra le 22 e le 25 NOK/kg, quando era di 28-30 NOK/kg soltanto ad agosto e quotava ben 40 NOK/kg nell’agosto del 2010.
Tutto ciò sta compromettendo la redditività della produzione norvegese e le maggiori aziende stanno correndo ai ripari cercando nuovi sbocchi commerciali (Spagna, Europa orientale, Federazione russa, Asia) e adattando la produzione alle nuove e sfavorevoli condizioni di mercato.
La Cina si sta affacciando sul mercato delle esportazioni e nel 2010 ha fatto notare la sua presenza sul mercato europeo: 18.000 tonnellate hanno avuto come destinazione la Germania mentre in Francia ha rappresentato l’origine del 40% dei filetti congelati importati. Per molti analisti il prezzo rimarrà basso per tutto il 2012 e anche per il 2013, determinando azioni di riduzione dell’offerta da parte dei produttori e stimoli all’aumento rapido dei consumi per ridare slancio a un settore in sofferenza. Il mercato nel medio-lungo termine si presenta tuttavia favorevole: l’incremento della popolazione mondiale e la maggiore richiesta di proteine animali fanno prospettare una domanda che dovrebbe crescere a un ritmo medio del 5% l’anno.